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Alla Ricerca delle Sorgenti.

I GIORNI DI CENCI, IL TEATRO DEI MILÓN MÉLA/IL SILENZIO DEL SUONO

13 SETTEMBRE 2014RUBRICHE

Il diario di un attore palermitano. I giorni di un laboratorio teatrale in Umbria. Un incontro con la spiritualità indiana. 

Arrivare ad Amelia. Foto di Claudio Graisman

Testo di Marco Bileddo

Il tempo corre. Con questa breve frase Abani Biswas, il fondatore dei Milón Méla, ha posto la chiosa perfetta ad una settimana di intenso lavoro svolto negli spazi della Casa Laboratorio Cenci, in Umbria, terra di Amelia.

Questo articolo non vuole essere un resoconto dettagliato, né tantomeno un reportage giornalistico. È soltanto un susseguirsi di personali sensazioni, di emozioni, di immagini tratteggiate con lo sguardo di chi ha vissuto profondamente questa esperienza.

Ero partito con la consapevolezza di non sapere cosa avrei trovato. Avevo con me solo qualche informazione. Avevo, soprattutto, la voglia di intraprendere un viaggio in un teatro a me sconosciuto. Questa voglia, a volte, era turbata anche da un normale scetticismo sull’utilità di una esperienza simile. Nei giorni precedenti, ho cercato d’immaginare come sarebbe stato: uno stupido espediente per costruirmi una inutile corazza. Inoltre, mi era anche balenata l’idea di fare alcune interviste, forse ad Abani Biswas, forse a Franco Lorenzoni, uno dei fondatore della Casa Laboratorio Cenci. Anche questo era solo un inutile e banale sotterfugio, per mantenere quella che a me sembrava la giusta distanza. Ma, come ovvio che fosse, tutto è sfumato. Non ce n’era alcuna necessità.

Cenci è un luogo che c’è e non c’è. Poco importa che stia in Umbria, immerso nel proverbiale verde umbro. Questo è solo un particolare in più, che nulla aggiunge e che, soprattutto, nulla toglie alla presenza dei Milón Méla che, da quasi 30 anni, ogni estate vengono qui.

Abani Biswas, foto di Claudio Graisman

Arrivare a Cenci e incontrare il gruppo teatrale dei Milón Méla, guidati da Abani Biswas, pone nella condizione di lasciare tutto ciò che quotidianamente ci portiamo addosso: abbandonarlo all’ingresso di Cenci; oppure, se se ne ha capacità premonitrice, iniziare a disfarsene lungo la strada che leggera si inerpica verso il paese di Amelia. In fondo non serve nulla. Davanti ai Milón Méla si è quasi nudi. Il tutto avviene con estrema naturalezza.

Il gruppo è composto da dodici persone, provenienti da diverse regioni dell’India. Se in qualche modo è utile stilare un elenco, allora credo non si possa non iniziare da Abani Biswas. Certamente accanto al nome di Abani è semplice associare parole quali fondatore, ideatore o leader. L’ho immagino invece come il nume tutelare dei Milón Méla. La fiamma, perennemente accesa, attorno alla quale si danza e si balla. Abani è l’ispiratore, la potente malta che lega assieme questo gruppo eterogeneo di arti e artisti.

Per Baren, collaboratore di Abani, è davvero difficile trovare una definizione. Baren Sikder è una figura speciale nel gruppo. La sua concentrazione è totale, così come l’attenzione che presta a tutto ciò che accade. La sua voce, quando canta, è piena, profonda, quasi provenisse da tempi remoti.

Dushasan e Budhanath, i danzatori Gotipua dell’Orissa, sono molto giovani. Forse Budhanath rivela perfettamente i suoi sedici anni; Dushasan ha, invece, uno sguardo più maturo. La loro giovane età li rende schivi nei nostri confronti. Credo sia un modo per cercare di capire meglio questa realtà a loro così diversa. Il loro maestro  Lingaraj Barik è esile ed elegante. Silenzioso e sorridente. Le sue movenze leggere tradiscono ancora un passato da danzatore.

Ashok, il cantante Baul del Bengala, ha capelli neri e foltissimi. Gli ho chiesto quanti anni avesse. La risposta è stata vaga. Tra i quarantacinque e cinquanta. Non è una stranezza di Ashok. Molti in India non sanno davvero quale età abbiano realmente. La sua voce però non ha età. Il suo è il canto che proviene dal profondo del Bengala.

Adhar, Nepal, Bisnu e Ajitvengono dal Jharkhand. Sono danzatori Chhau e coltivatori. Non emanano nessuna idea di misticismo indiano. A volte danno l’impressione di stare in vacanza. È solo una illusione. Un sottile strato di apparenza, al di sotto del quale i Chhau possiedono più di quanto a noi è concesso intravedere. In loro alberga una forza quasi sovrannaturale, che mostrano nelle loro danze, ma anche nei loro splendidi sorrisi.

Viswajit Giri, maestro di Hatha Yoga, sembra venir fuori da un isolato eremo nascosto all’interno della foresta indiana. Il suo aspetto da antico guru, le cui collane con zanne di cinghiale e artigli di tigre potenziano ancor di più questa immagine atavica, si scontra con la modernità di un telefonino che spesso tiene in mano, e con il quale gli piace mostrare le foto della sua famiglia. Ma ciò che rende Viswajit un vero maestro è il suo sorriso sempre pronto per chiunque e la sua capacità di sapere osservare l’anima dell’uomo.

Danzatori Chhau

Anil è a metà strada tra l’Italia e l’India. È il figlio di Abani, nato da madre italiana. Rappresenta l’anello di congiunzione tra le due culture. Non so davvero se tale definizione lui se la senta appropriata, se di sé pensi questo; piuttosto è un modo, di chi guarda dall’esterno, di volere affibbiare forzatamente etichette classificatorie. È giovane Anil, ma nell’arte del Kalaripayattu (arte marziale del Kèrala) è un vero maestro. La forza del suo corpo e dei suoi movimenti bene si concilia con la dolcezza del suo sguardo.

Dodici uomini, dodici anime, cinque antiche tradizioni indiane, il tutto fuso insieme, assoggettato ad un unica grande motivazione: il teatro e la verità.

Poi c’è chi li segue da anni o solo da poco tempo. C’è chi ne è rimasto dolcemente aggrovigliato. Così è successo molto tempo fa a Federico, che divide ormai la sua vita tra l’Italia e l’India. Andreaceleste, invece, si è consacrata a questo gruppo. Ne è diventata l’organizzatrice. Nei Milón Méla non ha trovato solo un lavoro ma anche una famiglia. Credo che in fondo lei sia consapevole di esserne diventata la mamma; questo suo ruolo Andreaceleste lo mette a nudo in alcuni momenti di apprensione, nel suo sapere miscelare tenerezza e durezza. Enrica la famiglia l’ha proprio fondata con Prosun (cantante baul, ora cittadino romano), dando alla luce Jaya, che ha occhi brillantissimi, e sorriso da principessa indiana. Alice sembra farne parte da quando è nata. Nulla in lei stona quando balla la danza Gotipua o quando è concentrata nelle fluide e nette mosse del Kalaripayattu.

I Milón Méla nel corso degli anni sono diventati una costellazione, dove ogni stella è necessaria per l’esistenza delle altre.

É una metà d’Agosto placida. I boschi che circondano Cenci sembrano alti bastioni eretti a protezione di questo luogo. Il clangore della modernità è lontano. Lo scorcio del paese di Amelia, inquadrato tra due montagne, appare distante, quasi dipinto su uno sfondo azzurro.

La sera, il cielo sopra Cenci è una esplosione di stelle. La Via Lattea viene dipinta ogni notte. Intorno solo la confusa babele della natura.

Ashok. Foto di Claudio Graisman

I due giovanissimi danzatori Gotipua sorridono continuamente. Forse perché abituati a interpretare da anni ruoli femminili, possiedono una strana delicatezza nei loro movimenti. Guardano con occhi vispi e nerissimi. Hanno denti bianchissimi. Le loro fattezze femminili ormai stanno scemando, lasciando il posto alla giusta virilità della loro età.

La cena è finita. Un’altra giornata è trascorsa. Nepal e Bisnu, i due giovani danzatori Chhau, mi sorridono, forse divertiti vedendo il mio goffo tentativo di comunicare con il maestro di Hatha Yoga.

Un po’ discosto, seduto su una panca, lontano dalle luci della veranda, dai suoni del dopo cena, Abani Biswas sta ad osservare.

Abani è parco di parole. Sono superflue. Il silenzio è il linguaggio più adatto. Grazie al silenzio le spiegazioni diventano più chiare. Il silenzio è una costante tra tutti i componenti dei Milón Méla, o almeno loro sembrano più bravi di noi nel provarci. Forse il silenzio, a volte, scaturisce dalla difficoltà di comunicazione – pochi tra loro parlano inglese, alcuni conoscono un po’ di italiano, e l’hindi o il bengalese sono lingue ostiche e lontane per noi. Ma questa difficoltà è solo una scusa poco credibile. Il silenzio è piuttosto una necessità; il modo più adatto (che Abani ha appreso dal suo maestro Jerzy Grotowski alla fine degli anni settanta) per risvegliare il corpo: perché l’atto teatrale compenetri a fondo l’anima di chi lo attua.

Il silenzio dei Milón Méla non è monastico. È un silenzio pieno di suoni. Le tablas, i cimbali, l’armonium e i canti non si interrompono quasi mai. È un fluido continuo, che si amalgama ai corpi e alle menti dei partecipanti.

I Milón Méla ti prendono per mano, con una dolcezza perentoria, e ti accompagnano lungo un viaggio che porta entro le parti più nascoste del proprio essere.

Le giornate sono scandite da azioni ripetitive. Una ritualità potente e antica. I canti al mattino presto; gli esercizi per risvegliare il corpo (motions); gli allenamenti di danza Chhau e Gotipua; gli esercizi dell’arte marziale Kalaripayattu; la seduta di Hatha Yoga; vocalizzazioni e improvvisazioni corporee (impuls); in fine i canti notturni. Anche cucinare e mangiare insieme fa parte della pratica quotidiana. Ogni giorno ha un ritmo simile. Ma i giorni non sono mai uguali. Giorno dopo giorno il corpo inizia a risvegliarsi, a ricordare gesti ancestrali. La mente cerca la giusta concentrazione. La voce diventa più limpida, più controllata.

Tutto questo in apparenza sembra sia intriso di una spiritualità totalizzante, dove non vi è spazio possibile per la materialità quotidiana. In realtà è qualcosa che va al di là sia della spiritualità sia della materialità. Questi due modi dell’essere umano qui si mescolano. Ne nasce un concetto difficile da spiegare. O forse così semplice che sarebbe ovvio descrivere.

I Milón Méla rivelano tutta la loro straordinaria energia vitale già nel loro nome: La festa degli Incontri. Tutto è una festa. È la festa dell’essere umano, la festa per inneggiare alla ricerca delle sorgenti, la festa che accompagna il viaggio alla scoperta della verità.

In questo luogo non si attua il normale incontro tra culture – che sarebbe definizione banale e fin troppo abusata, buona per la retorica. In questo luogo non è applicabile tale concetto. È, invece, qualcosa di più profondo. È il semplice, e troppe volte poco adoperato, incontro tra esseri umani, che si affratellano per andare alla ricerca della comune origine.

Il Laboratorio di Cenci. Foto di Claudio Graisman

La settimana è finita. Iniziano i preparativi per la festa finale. Lo spettacolo dei Milòn Mèla è la chiusura perfetta. Siamo tutti in fermento. La cucina è un via vai di persone. Bisogna preparare la cena per gli ospiti.

Siamo diventati un gruppo. Un unico soggetto. Allestiamo il banchetto dove si esporranno gli oggetti da vendere. C’è un po’ di tutto. Le maschere Chhau in miniatura, collane, braccialetti, unguenti, strumenti musicali. Srotoliamo meravigliati le storia disegnate dai Patua. Una esplosione di colori e di immagini che evocano miti antichissimi e fatti recenti.

Ora le risate si amplificano. Il silenzio dei giorni precedenti svanisce. Ma rimane la concentrazione, la consapevolezza di quello che è stato il laboratorio. Prende corpo la voglia di comunicare, di approfondire le conoscenze.

Si scattano decine e decine di foto. Forse non siamo più abituati a tenere in esercizio il ricordo. Abbiamo la necessità di fermare in una foto i momenti. È giusto. È una esigenza normale. Mi dicono che negli anni passati non si scattavano tutte queste foto. Credo sia una trasformazione naturale, quasi necessaria.

Anche Abani si abbandona per un po’ a questa frenesia generale. Ma non troppo. Continua a rimanere immerso nel suo silenzio. Ma è un silenzio pieno di parole. Il suo sguardo, che scruta con attenzione tutto ciò che avviene, è in una continua conversazione con tutti noi.

Viswaijti. Foto di Claudio Graisman

La sera cala lenta e piena di tenui colori. Tra un po’ il buio accenderà il cielo.

Lo spettacolo dei Milòn Mèla è una esplosione di energia e di poesia. La danza Gotipua è perfetta nei gesti controllati, nei movimenti così dolcemente aggraziati. I Chhau sprigionano una potenza primigenia. Le maschere sembrano vive. Gli déi indiani sono davvero tra di noi e ci guardano, mentre danzano frenetici, raccontando le loro gesta. Il maestro di Kalaripayattu e il maestro di Hatha Yoga sfoggiano la perfezione delle loro antiche arti. Il ritmo delle tablas è costante. La voce del cantante baul si spande. Onde sonore che arrivano dirette dentro il profondo di ognuno di noi.

Lo spettacolo finisce. La festa però continua. Ci appropriamo della notte. Sono sufficienti un semplice falò improvvisato, i canti e la nostra energia. Le stelle costruiscono la giusta scenografia.

La danza Gotipua

Il giorno della partenza non è un addio. Il viaggio non finisce qui, anzi questo è stato solo l’inizio. I Milòn Mèla hanno messo profonde radici dentro di noi. Difficili da sradicare.

Ora c’è da ritornare alla quotidianità. Non so se cambierà la percezione del nostro mondo. È cambiata comunque la percezione del mio corpo.

L’incontro con il gruppo teatrale indiano dei Milòn Mèla è un viaggio nel tempo. La ricerca di quello che abbiamo dimenticato, di ciò che è rimasto sopito per molto tempo dentro di noi. Un cammino verso le sorgenti della verità. La riscoperta dell’unione di corpo e mente. Il ritorno alle nostre origini, attraverso una tradizione a noi sconosciuta. Musiche e sorrisi scandiscono un tempo lento. Attorno, una geografia di emozioni nuove. Tutto si amplifica. L’ascolto si espande. Lo sguardo si dilata. Il tempo si fa corporeo e fluido. Il corpo ricorda antichi movimenti. I pensieri sono più leggeri. Gli sguardi diventano più profondi. Gli abbracci sono sinceri. I sorrisi non si svendono ma si donano nei momenti giusti.

Milòn Mèla non è solo la Festa degli Incontri, ma la conoscenza di sé e degli altri.

Dialogo con Abani Biswas. Sull’arte, l’origine della Casa del Teatro, Milòn Mèla e i suoi sogni

Claudia Roselli / Interviste / abani biswasclaudia rosellijerzy grotowskimilòn melasantiniketanteatro delle sorgentitheatre house / 0 Comments

Abani Biswas [photo: Claudia Roselli]
Abani Biswas [photo: Claudia Roselli]

di Claudia Roselli [roselliclaudia@gmail.com]

È cambiato il tempo a Santiniketan: la mattina qualche nuvola si affaccia nel cielo limpido. È un marzo caldo, le foglie si staccano dolcemente dagli alberi, suonano insieme al vento. Sono tornata alla Theatre House dopo sette anni dalla prima volta che arrivai qua. Avevo seguito le tracce del Teatro delle Sorgenti e, dopo la Polonia, decisi di partire per l’India per il workshop con gli artisti del gruppo Milòn Mèla. Dopo tutti questi anni, la casa dell’arte in mezzo alla campagna bengalese è più silenziosa: solo musica ed i suoni della natura, che in questo luogo sono molto forti. Le notti sono piene di lucciole. Al mattino ed alla sera un sadhu tantrico del Nord-Est dell’India tiene delle lezioni molto energetiche di yoga. Qualcosa è cambiato qua intorno: ho parlato con alcune persone che erano qui anche sette anni fa, le quali hanno cercato di spiegarmi come si sono evolute le cose all’interno del gruppo. Ho ascoltato e poi ho cominciato a pensare, ho letto alcuni testi che Abani mi ha dato e ho capito che l’unico modo per scoprire la verità era cominciare una conversazione con lui. Abani Biswas è il fondatore della Casa del Teatro e il direttore artistico di Milòn Mèla. Ha fatto parte del gruppo di ricerca artistica il Teatro delle Sorgenti, fondato da Jerzy Grotowski in Polonia negli anni settanta.

C.R.: Abani, che cosa è per te la Theatre House?
A.B.: La Theatre House a Santiniketan è un luogo che è nato e cresciuto insieme con l’evoluzione della mia vita. È il luogo degli esercizi, del lavoro pratico, della ricerca. È il luogo delle prove. Mi piace molto preparare il corpo e la voce per la performance. Qua alla Theatre House si fanno le prove di Kalaripayattu, danza Chhau e Gotipua. Da due anni si pratica anche Hatha Yoga. È bello il corpo! Ho cominciato a fare teatro quando avevo circa quindici-sedici anni. Praticavo anche molto sport. Lo sport, poi, era diventato troppo competitivo per me così mi sono dedicato totalmente al teatro.

C.R.: Da quando esiste la Theatre House?
A.B.: L’ho fondata nel 1990. Questo luogo geografico, il Bengala, ha per me un valore particolare. Mi ricordo di quando arrivai in questa parte dell’India, per la prima volta: ero piccolo, avevo sette o otto anni ed ero con mio nonno. Era il 1959, venivo dal Bangladesh e questa regione dell’India è stata come un rifugio. Sono cresciuto qua e a un certo punto ho incontrato Grotowski a un mio spettacolo. Non sapevo niente di lui e neppure del Teatro Povero. In quel periodo lavoravo nel gruppo Living Theatre di Calcutta. Vidi una persona europea, un uomo molto grande e molto alto, entrare nella sala. Si sedette come spettatore davanti a noi. Era con altre persone: Marek, Kaska, Pierre, Riccardo, François, erano venuti per vedere il mio spettacolo.

C.R.: In che posto era questo spettacolo?
A.B.: Era una scuola di periferia di Calcutta, a Khardha esattamente. Quando ero con il Living theatre non capivo bene che cosa significasse fare teatro. Poi quando sono andato con Grotowski in Polonia ho capito meglio anche l’importanza del lavoro nella natura. Alzarsi la mattina e iniziare a lavorare. Stare e fare ricerca nella natura e poi andare a dormire. Diventa come un ritmo ma all’inizio è stato molto difficile. Questo posto l’ho creato io: considero molto importante il training fisico dell’attore e anche il canto. Questo luogo aiuta molto nel lavoro e nella creazione. Inoltre, quando gli artisti vengono dai loro villaggi trovano cibo e possono mangiare. L’intera struttura è autosufficiente: c’è un orto dal quale prendiamo le verdure che cuciniamo. I diversi maestri trovano ospitalità: Master Lal che conosce i Drupad e i Raga del mattino e i musicisti Baul che stanno qua per lunghi periodi.

photo: Claudia Roselli
Il gazebo nel giardino della Casa del Teatro, dove Abani è solito passare molto tempo [photo: Claudia Roselli]

C.R.: Pensi che questo luogo dia delle energie e delle direzioni diverse al lavoro degli artisti?
A.B.: Eh… sì! È evidente! In questo posto è più facile per tutti entrare dentro il lavoro. Questo luogo, come ti ho detto, aiuta nella ricerca. Quello che l’attore, il performer fa non è solo qualcosa di dimostrativo, non è sempre teso alla spettacolarizzazione. Non è fatto solo per essere guardato dalle persone. Il training è qualcosa che l’attore dovrebbe fare per sé stesso, che noi dovremmo fare per noi stessi. Questo è importante nel lavoro: la ricerca delle Sorgenti.

C.R.: Che cosa è cambiato qui con il passare del tempo?
A.B.: Adesso c’è più calma e più tranquillità. Quando lasciai Grotowski era il 1983. Passai del tempo da solo a Volterra, Grotowski era in America. Decisi di continuare la stessa tipologia di lavoro attraverso la ricerca in India. Sarebbe stato troppo complicato per me tornare in India e mettermi a fare l’ingegnere o qualsiasi altro tipo di lavoro. All’inizio fu un periodo molto difficile: stavamo molto in giro, raggiungevamo un posto, preparavano tutto ed il mese successivo tutto finiva. Non c’erano posti dove fermarsi: per fare un lavoro continuativo.

Milòn Mela - la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]
Milòn Mela – la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]

C.R.: Sei stato a Volterra nel 1983?
AB: Tra il 1982 ed il 1983 sono stato a Volterra molte volte. Stavo dietro a quell’edificio che ospitava le persone pazze.

C.R.: Il manicomio.
A.B.: Mi ricordo che qualcuno ci chiedeva una radio mentre ci vedeva passare durante i nostri esercizi di walking. Qualche volta un’altra persona ci chiedeva una sigaretta. Qualche volta in mezzo alla notte qualcuno piangeva. Ho molti ricordi di Volterra: le belle colline e la piazza. Tutti i posti dove ho lavorato in Europa hanno in comune la forte presenza della natura: a Brzezinka, in Polonia, a Volterra e a Cenci; dove sono stato a volte per mesi e dove vado ancora da trenta anni. In tutti questi posti c’è un’energia simile. Oggi, nel mondo, le persone sono più preoccupate e la tipologia di sofferenza si è trasformata rispetto agli anni Settanta e Ottanta. Adesso i giovani soffrono di più, sono intelligenti ma soffrono davvero troppo. La canzone che cantiamo la sera con i Baul, Tumi anundo moi, ha un testo che ci ricorda come sia possibile cambiare tutto della propria vita.

C.R.: Che significa precisamente Tumi anundo moi?
A.B.: Gioia, f
elicità… e questa parola è usata con un valore molto alto: nel mondo c’è felicità. Anundo è un’emozione diversa: una sensazione che si può trovare per esempio dentro i raga, cantando una certa melodia. Cantando uno diventa più tranquillo, essere tranquilli è molto importante. Grotowski diceva che il silenzio è importantissimo. Per me sono molto importanti sia la tranquillità che la vista, l’azione del vedere. Osservare in maniera orizzontale: come si fa nell’esercizio mattutino del motion. È molto bello guardare il paesaggio ed ognuno ha il suo e spesso è il paesaggio da dove si è venuti. Essere distaccati, provare meno sofferenza aiuta a vedere e in seguito a raggiungere l’atto della creazione artistica. Prima si lavora per sé stessi, poi con il gruppo. Poi c’è il terzo livello del lavoro, che è quello per gli spettatori, per il pubblico. Però prima è importante concretizzare il lavoro all’interno del gruppo. In questo aiuta abhyasa, ovvero la pratica giornaliera. Questo posto quando l’ho pensato era un luogo per la pratica giornaliera. Abhyasa Yoga, la pratica di ogni giorno. È lavoro, ricerca, incontro con la natura e con il silenzio, ascolto. Ieri Magda leggeva Patanjali. Abbiamo parlato del concetto di dhristis, che è spiegato da Patanjali.

C.R.: Chi è che vede?
A.B.: Grotowski parlava della relazione tra silenzio e visione. Nel silenzio si può vedere, ma trovare il silenzio dentro di noi non è semplice, serve l’atteggiamento giusto. A volte può succedere, dopo tanto lavoro fisico: trovare il silenzio nella stanchezza. Anche tra due pensieri si può trovare il silenzio a volte. Oppure nell’osservazione vera delle cose, questo può avvenire più facilmente nell’osservazione della natura: degli alberi, delle foglie. Nella vita umana possono esserci dei blocchi, degli ostacoli, in sanscrito sono chiamati klesha. klesha sono blocchi che acquisiamo con la nascita stessa. È la natura della mente umana, del nostro appartenere a questo mondo. Il ciclo della vita è caratterizzato dalla presenza di ostacoli. Entrando nella disciplina di abhyasa yoga, le problematiche diventano meno forti, perdono il loro potere, la loro influenza. In questo momento si comincia a vedere. Questa direzione è quella che mi piace nella Ricerca delle Sorgenti. Mi ricordo che questo succedeva anche a Brzezinka.

Il portico della Casa del Teatro  [photo: Claudia Roselli]
Il portico della Casa del Teatro [photo: Claudia Roselli]

C.R.: Pensi perciò che il training fisico, la ripetizione degli esercizi e l’allenamento di Yoga, di Kalaripayattu o di Chhau e anche la ripetizione di canzoni e melodie sacre, possano in un certo senso allontanare gli ostacoli del quotidiano? Che attraverso la ripetizione di queste pratiche, le persone possano spingere più lontano le emozioni ed i pensieri negativi? Rimuovendoli?
A.B.: Sì, sì, in seguito si comincia a vedere e a creare.

C.R.: In uno stato mentale diverso.
A.B.: Sì, di un livello superiore. Molte persone mi hanno aiutato nella continuazione della mia ricerca in questi anni, Grotowski amava circondarsi anche di gente molto spirituale.

C.R.: Che cosa vorresti per la tua ricerca? E per questo posto?
A.B.: Io sono coinvolto nel teatro da tanto tempo. Incontrai Grotowski otto anni dopo il mio inizio con il teatro, ho poi incontrato anche altri personaggi del teatro. Questo posto è diventato teatro. Noi viviamo nel lavoro di ricerca. Andiamo fuori, facciamo delle performance e poi torniamo di nuovo indietro in questo posto ed è come ricevere energia per la propria vita. Tutti gli artisti, tutti quelli che vengono a lavorare qui, sono maestri. Siamo umani, moriremo: perciò come per i cavalli è meglio morire nella corsa che in un luogo chiuso. Credo questo.

photo: Claudia Roselli
La sala del lavoro alla Casa del Teatro: i canti della sera con i Baul [photo: Claudia Roselli]

C.R.: Io sono stata in questo posto la prima volta nel dicembre 2005. In questi anni qualcosa è cambiato. Nella ricerca forse? Oppure nel gruppo di artisti e in te? Alcuni maestri di certe discipline sono tornati indietro, nei loro villaggi di origine e artisti più giovani li hanno sostituiti. Tu non puoi lasciare la ricerca perché sei l’anima di questo posto. Il tuo ruolo è il più duro e difficile: le persone possono cambiare intorno a te, ma tu ti senti un riferimento per chi sta qui?
A.B.: Sì.

C.R.: Qualche volta non pensi alla necessità di avere un gruppo che possa andare in una direzione più simile a quella che ha avuto il Teatro delle Sorgenti, come con Grotowski, nel passato? Persone più vicine a te, ma forse i tuoi artisti indiani lo sono già. Tu hai descritto come sia vostra abitudine esercitarvi qui, uscire per presentare le performance e poi tornare di nuovo qua. Tu sei il riferimento. A che punto è il tuo lavoro?
A.B.: Ti spiego: alzarsi la mattina, fare delle cose piccole. Azioni quotidiane, forse camminare un po’ e poi cantare. Il tempo del risveglio è un momento molto importante e delicato. Ti coinvolge molto velocemente e ciò può causare la perdita delle sensazioni sulle verità della mattina. Come quando una nuova luce nasce dal buio, tu che stai dormendo ti svegli e il corpo ricorda e anche la mente. Le persone come noi hanno un ritmo diverso. Per noi il mattino è un momento importante. Cantare i raga la mattina risveglia una sensazione di sukha.

C.R.: Che cosa significa sukha?
A.B: Sukha significa felicità interiore, è una sensazione profonda. Per esempio: sukha, si può raggiungere anche con la ripetizione delle posizioni del maestro di yoga tantrico Viswajit Giri. Ho cominciato solo negli ultimi due anni ad aggiungere al lavoro anche questa nuova direzione dello yoga. Il padre di Viswajit e anche suo nonno erano maestri di yoga. Si sono trasmessi le conoscenze in linea familiare, così come fanno i Baul. Anche i danzatori Chhau: Shudir Khumar era un maestro Chhau. Veniva dalla campagna, prima lavorava nei campi e poi suonava e danzava. Non aveva contraddizioni dentro di lui. Suonare e ballare sono azioni normali, non c’è nessuna separazione interiore. C’è un’altra parola sanscrita usata da Patanjali che significa “ostacolo della mente”, ma questa volta l’ostacolo è individuato come una contraddizione generata da qualcosa che deriva dall’esterno. Ti piace qualcosa, non ti piace qualcosa, ti piace qualcuno, non ti piace. Questo tipo di contraddizione può generare il desiderio di lavorare per risolverla. Il gruppo Milòn Mèla è cambiato, prima c’erano 
altre persone ad aiutarmi nell’organizzazione pratica ed anche mio figlio.

photo: Claudia Roselli
La sala del lavoro al mattino [photo: Claudia Roselli]

C.R.: Che cosa è cambiato?
A.B.: Per essere precisi direi che non è un cambiamento ma piuttosto un processo di trasformazione. Sono nella corrente, nel processo trasformativo, direi, nell’essenza. Alcune persone vengono qui per cercare qualcosa ed una volta trovato, se ne vanno. Altre vogliono affinare la loro ricerca. C’è chi vuole diventare un buon cantante, si può esercitare il proprio corpo per avere un corpo atletico e sano. Negli ultimi anni c’è forse più attenzione a questo.

C.R.: Tu sei nel processo di cercare qualcosa per te?
A.B.: Sì. Qualche volta sono nel gruppo senza distinzione dagli altri elementi e qualche volta lo conduco.

C.R.: Hai dei sogni?
A.B.: Ho fatto molti sogni. Molte persone, negli anni, mi hanno chiesto di raccontare loro i miei sogni, ma non l’ho mai fatto. Se vuoi te ne racconto due o tre.

C.R.: Sì.
A.B.: Ho fatto un sogno. Hai visto il cancello di ingresso della Theatre House?

C.R.: Sì.
A.B.: Ecco quello: c’è un albero molto grande e poi c’è il cancello. Una mattina io andai ad aprirlo. Subito sentii dietro di me come il rumore di otto cavalli che correvano al galoppo, il rumore dei loro zoccoli: tac-tac tac-tac tac-tac. Mi spaventai e cominciai a cercare con lo sguardo dove fossero. No, non erano otto cavalli, era solo uno. Lo vidi: era grande e di colori bellissimi, come i colori di un pavone. Bello e di grande energia. Ma subito vidi che aveva una corda al collo: era un cavallo addomesticato che era scappato dalla sua casa. Sono stato molto triste per lui, mi sembrava in pericolo. E quando ho cominciato a pensare che fosse pericoloso per lui essere qui, ho visto una grande esplosione. Un’esplosione come nei film di Hollywood. La corda si è impigliata in un albero, il cavallo ha saltato e tutto è diventato pieno di polvere. Un altro sogno molto importante: ero con un gruppo di persone e facevamo degli esercizi. Riscaldavamo il nostro corpo: esercizi di Kahalaripayattu, facevamo motion. Ad un certo punto un uomo, un folle, è entrato nel nostro spazio di lavoro e ha cominciato a dire ad alta voce: “Questo va molto bene! Questo lavoro va bene! È curativo!”

C.R.: Stai dicendo che una persona è entrata nello spazio utilizzato da voi per fare esercizi? Eravate all’aperto?
A.B.: Sì e improvvisamente ho visto un’ambulanza arrivare dietro di lui. Qualcuno è uscito dall’ambulanza, vestito con abiti bianchi. Ha detto: “Questo vecchio è pazzo! È scappato dall’ospedale.” Come quello che c’era a Volterra: un ospedale psichiatrico. Le persone che lavoravano con me hanno cominciato a protestare e a difenderlo. Dicendo: “No lui non è pazzo!” Hanno protestato e lo hanno difeso, si sono ribellati. È un sogno che ho fatto più di trenta anni fa.

C.R.: Lo hai fatto a Volterra?
A.B.: Si l’ho fatto quando ero in tournée. In questo periodo sogno poco.

Milòn Mela - la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]
Milòn Mela – la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]

C.R.: Me ne racconti un altro?
A.B.: C’è un sogno che ho fatto su un serpente. Dormivo in una casetta al secondo piano. Nella mia camera c’era un piccolo buco, di quelli per far defluire l’acqua e da lì è entrato un serpente. Io sono rimasto fermo. Poi dopo qualche istante ho visto che il serpente si è alzato ed è diventato grandissimo. Ho avuto paura per un attimo, sono uscito per andare a prendere un bastone e il serpente è sparito. Era di colori bellissimi.

C.R.: Questo per la Theatre House non è un momento negativo. Sento che c’è una forte trasformazione in corso.
A.B.: Forse è un momento collegato alla luce ed ai colori. Un nuovo bisogno di spiritualità. È cambiato il ritmo.

C.R.: Forse questo cambiamento era necessario.
A.B.: Forse è un momento nel quale le cose hanno bisogno di essere definite in maniera più precisa. La crisi è passata. Forse arriverà qualcosa di positivo. Nel lavoro si incontra tanta gente e questo è molto importante per il suo sviluppo.

Contatti:
Theatre House, Santiniketan, West Bengal
(+91) 9734573439
http://digilander.libero.it/milonmela

Milòn Mela - la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]
Milòn Mela – la ricerca delle sorgenti a VolterraTeatro 2008 [photo: Simone Pacini]

LE AZIONI DELLA RICERCA DELLE SORGENTI

Nei laboratori si lavora molto a contatto con la natura, si usano il corpo, la voce, la respirazione, l’attenzione e l’osservazione. Ecco la serie di azioni che scandiscono la giornata (dalla mattina alle h. 7,00 alla sera h. 22,00 circa).

I canti dell’alba con i musicisti Baul Mantra e canti

Un ritmo per iniziare in modo semplice e naturale un nuovo giorno. Un lavoro sull’ascolto, sulla voce e sull’effetto delle vibrazioni sonore prodotte da antichi canti sul nostro corpo, la nostra mente e le nostre emozioni. 

Mantra e canti

Molte azioni sono accompagnate da melodie e canti ripetitivi. Ai quali in alternanza all’attività fisica si uniscono i partecipanti. Altre sono incentrate sulla ripetizione di mantra, melodie ed esercizi vocali.

I movimenti

Un’azione collettiva messa a punto da Grotowski durante il Teatro delle Sorgenti, che consiste in una serie di posizioni-stiramento della spina dorsale in direzione dei quattro punti cardinali, dello Zenit e del Nadir. Verso le direzioni si è soli e nello stesso tempo tutti insieme: ciò permette di lavorare in modo preciso per trovare infine un ritmo comune.

Parlare con il corpo

L’indicazione è cercare un proprio movimento, facendo attenzione allo spazio degli altri e seguendo il ritmo e le immagini interne ed esterne. All’inizio l’azione è in silenzio, poi si inserisce la musica di alcuni maestri tradizionali. Questa azione tende a mostrare quanto i limiti del corpo siano in gran parte mentali: alla fine si è meno stanchi che all’inizio.

 Il Kalaripayattu

Con due maestri di questa arte marziale si lavora sull’apprendimento delle  “Forme di Saluto” che sono alla base di questa disciplina. L’intento è di sviluppare la capacità del nostro processo di apprendimento e di risvegliare la “memoria del corpo”.

La respirazione

E’ stata elaborata da Abani Biswas durante il Teatro delle Sorgenti ed è centrata sull’ osservazione del respiro. Una parte si svolge nell’ immobilità del corpo. Partendo dal respiro, che è strettamente legato al nostro corpo, l’osservazione passa alla sfera mentale, favorendo delle scoperte.

La Danza Chhau

Con un maestro, musicisti e danzatori Chhau si lavora sulle posizioni, sui passi, sulle coreografie guidati dal ritmo dei tamburi. Si cerca di sviluppare-aprire la capacità energetica individuale e di aiutare a superare i limiti della stanchezza fisica.

La Danza Gotipua

Si pratica la prima coreografia che introduce a questa danza “Guru Bhandanà-Il Saluto al Maestro” L’armonia e la dolcezza dei movimenti,  l’accompagnamento vocale e strumentale caratterizzano questa danza che celebra l’unione dell’umano con la divinità e nella quale il devoto s’identifica con l’elemento femminile (Shakibhava).

La Camminata

E’ un’ azione all’aperto in fila indiana: l’attenzione è centrata sul ritmo dei passi e canalizza la naturale fluidità del movimento nella direzione di marcia. 

Il Marma

Il Marma è la conoscenza dei 108 punti energetici che sono nel nostro corpo, quest’azione è stata elaborata in collaborazione con tutti gli artisti di Milòn Mèla. Si lavora con la voce e con dei movimenti che si indirizzano ad alcuni  dei “centri vitali”.

I Bastoni

Guidati dai maestri di Kalari si apprendono le forme di gioco/danza e duello con lunghi bastoni di bambù.

Il Sanyoga

Si tratta di un’azione incentrata sull’apprendimento delle posizioni di base di ogni disciplina, che provengono dall’Hatha Yoga classico.

Il Turning

Si fa durante il passaggio dal giorno alla notte: si tratta di sperimentare questo passaggio usando tecniche di movimento molto semplici. Si inizia con la luce e si ritorna con il buio. L’azione si trasforma in un lavoro sullo spazio e sul tempo, sulla percezione e sull’osservazione. 

Il ritmo della notte

La musica del Kirat (Raga Notte) dei danzatori Chhau accompagnato da voci e passi ritmici, chiude la giornata.

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