Blog

Guru Blogga

Il non luogo dell’immaginifico!

Porto tutto e faccio la Guru!

Il GURU e l’importanza della Guida Spirituale

Nella pratica Yoga e Tantra autentica è assolutamente necessaria l’esistenza di una guida spirituale realizzata: Un cieco non può guidare un altro cieco”.

Un maestro Yoga autentico assume con totale responsabilità la guida del discepolo. Tra di loro si stabilisce una relazione ineffabile e libera che, prendendo in considerazione la nobiltà e l’altezza della meta prefigurata, supera nell’amore e nell’empatia anche la relazione genitore-figlio. Evidentemente qui ci riferiamo allo Yoga nei suoi aspetti più profondi. Esiste nei giorni d’oggi una tendenza molto pericolosa in cui si dice che non ci sia bisogno di una guida spirituale, che ognuno può farcela da solo. Un’analisi di buon senso ci fa comprendere che in realtà in ogni campo c’è bisogno di una guida e ancor di più nello Yoga dove alcuni aspetti devono essere attentamente sorvegliati e messi in pratica con saggezza, gradualmente. Tutti i grandi yogi sono d’accordo con questa idea fondamentale.

Dall’altra parte, lo Yoga affrontato come una semplice ginnastica non è pericoloso se manca una guida, ma non produrrà nemmeno gli effetti benefici straordinari che può portare invece un’integrazione spirituale.

La necessita’ di una guida spirituale per colui che cerca la verita’ ultima

L’importanza attribuita alla relazione guida spirituale-aspirante, tra iniziatore e iniziato, nella tradizione spirituale dell’India come anche in molte vie spirituali esoteriche del mondo, ha fatto nascere nei filosofi moderni la domanda Perché si deve accettare un altro come guida spirituale o guru? Non è l’uomo dotato di sufficiente intelligenza per discernere tra ciò che gli è necessario e ciò che non gli è benefico? Non può scegliere da solo in qualunque campo della vita?

Sicuramente l’uomo è dotato di ragione e abbastanza volontà per determinare e modificare il proprio destino. Ancora di più, i testi tradizionali sacri affermano che l’aspetto ultimo di ogni essere è di natura divina, quindi Dio stesso rappresenta la guida che c’è dentro ciascun uomo. Allora a cosa serve un guru esterno? Non basta che l’uomo ascolti la voce della guida interiore, invece che sottoporsi ad un altro che, in fin dei conti, è anch’egli mortale come qualunque altro uomo? Non ci sono tanti esempi di yogi, santi e mistici che non hanno avuto nessun guru e tuttavia hanno raggiunto la liberazione, seguendo la loro guida interiore?

È vero che ogni uomo ha dentro il suo profondo la scintilla divina, il Sé spirituale. Ma quanti esseri umani lo possono sentire e possono realizzare la sua presenza? Quanti si possono aprire per ricevere la sua guida? L’uomo, così come si manifesta nel periodo attuale sulla terra, ha una visione limitata dall’ignoranza in cui si compiace e non può andare molto lontano da solo, né verso gli aspetti elevati né verso la profondità della sua anima. L’illusione, che è un effetto dell’ignoranza, agisce così fortemente sui suoi sensi, che è molto facile per un tale uomo sbagliare ed ascoltare la voce del suo ego inferiore credendo che questa sia la voce del Sé Divino. Teoricamente è possibile diventare consapevoli della nostra guida interiore ed evolvere da soli sulla via spirituale, come tra l’altro è stato dimostrato da alcuni esseri speciali della storia dell’umanità. Ma, generalmente, questa verità è limitata nella sua applicazione a causa dell’immaturità della coscienza umana nell’attuale stadio di sviluppo.

L’essere umano conosce tramite i sensi, orientati il più delle volte verso l’esterno, e difficilmente riesce a rapportarsi verso ciò che non vede o non sente sulla via fisica, quindi gli è difficile credere in una guida che non può essere percepita fisicamente. Una guida invisibile difficilmente può ispirare fiducia. Per superare questa difficoltà naturale, la tradizione indiana riconosce gli AVATAR, incarnazioni del divino in una forma umana, che possono essere percepiti fisicamente e che determinano una trasformazione profonda nella coscienza dell’umanità. Purtroppo le incarnazioni divine sono rare e appaiono soltanto nei periodi cruciali dell’evoluzione dell’universo. Esistono tuttavia altre manifestazioni del divino, i suoi messaggeri che vengono nel mondo con un compito preciso: queste sono le guide spirituali in grado di portare gli esseri umani verso il Sé. Ma nemmeno loro nascono ogni giorno e non molti possono beneficiare del loro insegnamento e della loro guida verso la realizzazione ultima.

L’ideale del guru umano o della guida spirituale nella tradizione indiana è l’essere capace di portare a compimento l’aspirazione di profonda trasformazione spirituale di un altro essere umano. Un tale maestro vivente ha percorso già la via spirituale scelta dal ricercatore ed è in grado di mostrare a quest’ultimo la direzione, ed ha anche il potere di trasmettere al discepolo la verità della sua esperienza e della sua realizzazione. Quindi lui fa diventare vivo e dinamico l’ideale spirituale dell’aspirante, iniziandolo nel conoscere la verità e stimolandolo verso la pratica, per facilitare il concretizzarsi progressivo di questi aspetti nella vita del discepolo; senza un tale maestro è quasi impossibile raggiungere la realizzazione ultima. Il campo spirituale è ancora una zona poco esplorata dalla coscienza umana abituale e se non vogliamo smarrirci su questo ampio e alto territorio dobbiamo appellarci ad un guru che ci può portare direttamente alla meta. Nel RIG-VEDA (X.32.7) troviamo scritto: “Lo straniero chiede qual è la via a colui che conosce questa via. Insegnato da colui che conosce, lui non si smarrisce. Veramente questa è la benedizione della saggezza; lui trova la via che porta diritto in avanti”.

Le UPANISHAD dichiarano che soltanto colui che ha una guida può realizzare la verità ultima. BRAHMAN, l’Assoluto Divino, l’oggetto della suprema ricerca, non può essere conosciuto soltanto tramite il proprio sforzo mentale.

La KATHA UPANISHAD (1.2.8.9) afferma: “Finché un altro non ti parla di BRAHMAN, non potrai trovare la via verso di Lui; perché Lui è più sottile che il sottile e la mente non Lo può raggiungere”. Questa comprensione non può essere raggiunta tramite ragionamenti ma soltanto quando è indotta da un altro porta alla vera conoscenza. Soltanto ciò che è rilevato direttamente da un guru può diventare un conoscere vero, e la comprensione profonda può essere comunicata al ricercatore soltanto da colui in cui questo conoscere è vivo. Le UPANISHAD raccontano che anche coloro che erano maestri di una certa scuola spirituale andavano come discepoli da altri maestri quando desideravano realizzare la verità di altre vie. Quindi il più delle volte nemmeno questi saggi potevano assimilare in modo profondo un nuovo insegnamento senza un aiuto. Era necessario qualcosa in più che doveva essere indotto, la tecnica e il discernimento che renda vivo questo conoscere dentro loro stessi.

Se i VEDA e le UPANISHAD confermano la necessità e l’indispensabilità di una guida spirituale e parlano di una tradizione della linea GURU-SHISHYA (nella quale il maestro è il primo aspetto, il discepolo è l’altro aspetto e il legame tra di loro è VIDYA, il conoscere), il tantrismo dà una forma molto chiara alla relazione maestro discepolo e la tratta in modo molto profondo. In questa tradizione, il guru rappresenta l’asse principale attorno alla quale si realizza ogni movimento della vita spirituale. Lui non è soltanto un professore capace di insegnare agli altri, ma è molto di più: lui viene visto come un rappresentante di Dio, come una manifestazione dello stesso Dio. Il supremo SHIVA che è senza forma, dice il testo KULARNAVA TANTRA, appare al ricercatore nella forma del guru.

I TANTRA affermano in modo chiaro che nessun uomo può avanzare sulla via spirituale senza aiuto. L’uomo potrà leggere molti libri, praticare austerità, raggiungere sbalorditive capacità paranormali, ma la lettura dei testi sacri rimane conoscenza mentale sterile e il rito diventa routine meccanica se queste non sono energizzate e coscientizzate grazie alla personalità di un guru. Solo quegli atti ispirati nel discepolo da parte del suo maestro possono portare Bhakti (la devozione) e Mukti (la liberazione). Anche se un essere umano è dotato di qualità speciali e di un’aspirazione ardente, ha tuttavia bisogno di qualcuno che lo stimoli spiritualmente, che gli induca quella forza (Shakti) che lo farà agire senza errore e seguire sempre la retta via (anche nelle zone che sono oltre le capacità umane di comprensione). Questo aiuto è offerto da parte della guida spirituale. Qualunque sia la natura della sua sadhana (pratica spirituale), sia che si tratti della via della meditazione, dhyana, della devozione rituale,puja o mantra-pujaè sempre il guru colui che inizia, guida e porta l’aspirante verso la realizzazione ultima.

Qual è il ruolo di un maestro?

L’indispensabilità di una relazione guru-shishya (maestro-discepolo) è apparsa in quest’epoca di razionalismo o mera superstizione. Nonostante ciascuno di noi custodisca dentro di sé questa sorta di luce divina, sono ancora troppo pochi coloro che possono percepirne la presenza. Come ci si può aprire per ricevere il Suo insegnamento?

Nel regno spirituale, come in altri settori, una preziosa guida con una conoscenza autentica, profonda, dotata di una ricca esperienza che ci viene offerta nel momento opportuno, può aiutarci immensamente a non perdere troppo tempo e a non sprecare energia e sforzi vani. Egli può inoltre aiutarci ad eliminare la sofferenza e la possibilità di un eventuale fallimento.

Inoltre sa come agire con saggezza per eliminare le nostre cattive abitudini, che risulterebbero poi ostacoli alla nostra salita, facilitando allo stesso tempo il risveglio e l’amplificazione delle qualità che semplificheranno invece la nostra ascesa.

In realtà, il ruolo di un maestro spirituale è quello di accompagnarci nel cammino spirituale fino alla fine, quella fine unica che è l’Infinito, o che alcuni chiamano DIO.

Il modello ideale di maestro spirituale

Spesso, una volta impegnati in una ricerca spirituale autentica, ci troviamo disorientati e confusi, non sapendo quale sia il passo successivo da fare. Ecco che appare con urgenza il bisogno di un maestro. Di fatto, in qualsiasi lavoro, in qualsiasi campo, chi abbia assimilato un rispettivo insegnamento andrà poi ad insegnare e a condividere con gli altri la propria esperienza. Pertanto, in ciascuno di noi vi è l’immagine perfetta di un essere che “sa tutto e può tutto” e a cui si può fare riferimento per adempiere ad un particolare scopo. Questa immagine corrisponde, in realtà, all’ideale del nostro maestro.

L’ideale di guru nella tradizione indiana è rappresentato da un essere in grado di soddisfare l’aspirazione di profonda trasformazione spirituale di un altro essere. Un tale maestro autentico ha già percorso il cammino spirituale scelto in qualità di ricercatore ed è in grado di mostrarne la direzione, avendo il potere occulto di trasmettere al discepolo la verità della sua esperienza e la sua realizzazione.

In realtà, egli ravviva e dinamizza l’ideale spirituale dell’aspirante, ovvero la liberazione e perfezione spirituale, iniziandolo alla conoscenza della verità e spingendolo allo stesso tempo verso la pratica, per facilitare una concretizzazione progressiva di questi aspetti, nella vita del discepolo.

Senza un tale insegnante è quasi impossibile raggiungere la Realizzazione Ultima. Il dominio spirituale è una zona poco esplorata dalla comune coscienza umana e se non vogliamo perderci in questo vasto territorio, si deve fare appello ad un maestro che lo conosce e che ci può condurre direttamente alla meta.

Dipendenza e indipendenza nel rapporto maestro-discepolo

Poiché ogni guida spirituale o guru conduce personalmente il discepolo verso la realizzazione del sé SUPREMO divino, attraverso la  strada che meglio si adatta alla persona in causa, il discepolo deve trovare il proprio maestro e poi, una volta riconosciuto, dedicarsi a lui fino alla fine. Non si tratta di fanatismo o qualunque altra forma di proselitismo, come si tenderebbe a credere, ma solo di un’antica tradizione autentica, verificata dal tempo che ne ha offerto i risultati attesi. Per una mente occidentale, è piuttosto difficile da accettare. Ma se trovate un vero maestro, libero dai condizionamenti di questo mondo effimero e che conosce i segreti dell’universo in cui viviamo, la situazione cambia.

Sicuramente vi siete posti molte domande durante questa vita. E solo una piccola parte ha trovato risposta. Immaginate ora di aver incontrato una persona che detiene tutte le chiavi e tutte le risposte. Credete di poter rinunciare alla sua consulenza ed orientamento? Niente affatto. Avete sempre chiesto un suo consiglio e aiuto, sapendo che quello che state facendo va bene ed è sulla buona strada.

Questo potrebbe equivalere ad una prima fase dell’evoluzione del rapporto tra discepolo e maestro. La si potrebbe vedere come un qualche tipo di dipendenza, ma noi la chiameremmo piuttosto un ASCOLTARE. In questa fase siamo come un bambino che impara a camminare e richiede di continuo il sostegno del padre.

Con il tempo, la situazione cambia, perché più il discepolo assimila esperienza, più deve essere in grado “di camminare sulle sue gambe”.

Un vero maestro non fa sì che i suoi discepoli diventino dipendenti da lui, anche se apparentemente ne rispettano pienamente la volontà.

Mentre ci evolviamo spiritualmente diventiamo sempre più indipendenti, perché cominciamo a capire correttamente come funzionano le leggi divine e siamo in grado di prendere le decisioni migliori per la nostra evoluzione spirituale. La dipendenza iniziale di un discepolo dal suo maestro spirituale è e deve essere rigorosamente temporanea. Nel momento in cui inizia a verificarsi un’evoluzione spirituale, il discepolo deve gradualmente diventare autonomo.

Come trovare il vostro stesso maestro o guida spirituale

La tradizione spirituale Shivananda afferma che “Quando il discepolo è pronto, il maestro appare“. Quello che dobbiamo fare è solo volerlo incontrare con tutta la nostra anima, e inoltre cominciare una severa disciplina interna che crei le premesse dell’apparizione del maestro nella nostra vita. Di fatto si parla di una ricerca spirituale intensa, un desiderio effervescente a lottare per avere successo e conoscere il nostro vero sé.

In questo cammino potrete trovare varie persone che penserete siano dei maestri. Ma il Maestro è solo uno. E attenzione, spesso è possibile sbagliare. Ci sono molti ciarlatani che sono pronti a offrire “sostegno” in cambio di determinati benefici.

Voi dite che è difficile discernere chi sia il vostro vero maestro. Ma vedrete che l’incontro con lui vi darà una comprensione maggiore e un sentimento tale che vi farà capire che è davvero lui.

Chi è il guru?

Autore: Giuliano Boccali

Da: Tradizione e trasmissione > N° 47 > 2008 > gennaio
Categoria: Vari

In questo intervento tratterò brevemente di che cosa si intende per “guru” nella tradizione indiana, e del rapporto fra guru e discepoli.
Vi sono molteplici termini che in India designano il maestro, con accezioni leggermente diverse fra loro. Quello forse più lontano dal nostro attuale interesse è pandit, che vuol dire sì “maestro”, ma si riferisce in particolare alla maestria nel sanscrito.

Un termine di grande spessore è acarya, “colui che mostra la giusta condotta”, attestato da epoca venerabile fin dall’Atharvaveda e attualmente indica in genere il capo spirituale di un ordine, o di una tradizione, se preferite. Ma i nomi più diffusi per indicare il maestro sono svamin, che etimologicamente significa “colui che possiede, colui che governa se stesso” e soprattutto guru, il più diffuso di tutti.

Come sapete, questa parola significa letteralmente “pesante” (evidentemente, gli antichi indiani sapevano bene che i professori tendono a essere noiosi!). Ma la spiegazione seria, significativa, del termine avvicina il termine guru alla stessa parola in latino, che è gravis. Nelle due lingue, si tratta dell’evoluzione della medesima parola di origine indoeuropea. Anche in latino questo sentimento della gravitas ha grande rilievo: il termine allude al fatto che il maestro è “pesante” in quanto è importante spiritualmente, in quanto ha prestigio spirituale. È una persona “di peso”, è centrato su se stesso, è consapevole, cosciente, sveglio.


LE ORIGINI

La prima testimonianza del termine in questa accezione risale a una delle Upanishad più antiche, la Chandogya (circa 600 a.C.). Il testo recita: “Colui che è ritornato dalla casa del maestro” (Chandogya-up. VIII 15, 1) e il termine usato per indicare il maestro è guru.

Una interpretazione etimologica indiana, del tutto scorretta dal punto di vista scientifico, ma interessante per la sua capacità di farci comprendere alcune accezioni del termine, scompone la parola in due sillabe, gu e rugu starebbe a indicare i guna, cioè le note qualità della Natura, mentre ru indicherebbe il Brahman, che è non solo la luce, ma l’Essere, la totalità, l’unità. Di conseguenza, il guru è colui che è capace di far passare il discepolo (e forse, ancora prima, se stesso) dalla oscurità alla luce, dalla condizione della Natura oscura, non necessariamente greve ma non foriera di conoscenza, alla condizione della identificazione con il Brahman, cioè con il Sé profondo, con il Sé dell’intero reale.


LA TRADIZIONE

Premesse queste annotazioni etimologiche, si tratta di comprendere che cosa si intenda per guru nella tradizione. Nell’accezione brahmanica ortodossa, il guru è il brahmano che istruisce l’apprendista dopo l’upanayana, cioè dopo quella cerimonia che si svolge fra gli 8 e i 12 anni di età a seconda delle classi sociali (a 8 anni per i brahmani, più tardi per i guerrieri e i vaishya), attraverso la quale il bambino entra ufficialmente a far parte della società, del sangha hindu. Questa cerimonia è caratterizzata dal conferimento di un mantra: si tratta in questo caso della famosa gayatri (Rigveda III, 62, 10). È il verso forse più famoso dell’induismo, recitato da milioni di hindu tutti i giorni: invoca il sole e l’illuminazione che il sole può dare anche all’anima, al pensiero. In questa accezione del termine, il guru è l’istruttore, il brahmano che istruisce il giovane nella scienza dei Veda e nel rituale.

Verso il guru in questo senso il discepolo ha diversi obblighi: deve fare per lui la questua, per lui deve raccogliere anche il combustibile per il fuoco, ed è tenuto a varie penitenze e ascesi che riguardano la sua maturazione spirituale; fra questa la castità. Rispetto al guru, si trova nella stessa posizione di un figlio; ciò implica che il discepolo è tenuto a considerare la sposa del guru come sua madre e le sue figlie come sorelle: di conseguenza uno dei delitti più gravi, quasi incancellabile (“quasi”, perché l’induismo nella sua tolleranza ammette la possibilità di repêchage, attraverso cui anche le cose più incancellabili si cancellano), oltre all’uccisione di un brahmano è la violazione della moglie del maestro. L’apprendista, secondo la tradizione, a 16 anni entrerà nell’età adulta e proseguirà il suo iter di vita con il matrimonio.


L’INSEGNAMENTO SEGRETO

 Altrettanto antico però, anzi forse più antico volendo stare alla documentazione, è il ruolo del guru che insegna, come dice ancora la Chandogya Upanishad, “ciò che non si era appreso”, cioè che insegna qualcosa di non ancora appartenente alla tradizione, qualcosa di segreto. Non per niente il termine si trova in quelle Upanishad che indicano le sessioni di insegnamento di un maestro con dei discepoli intorno, insegnamento che è segreto. A questo riguardo, è opportuno leggere direttamente un brano che porta una testimonianza importante:

  • 22. Nelle Upanishad fu in un tempo antico proclamato il segreto supremo. Non bisogna consegnarlo a chi non abbia raggiunto la pace, a chi non sia figlio o a chi non sia discepolo.
  • 23. A colui che ha grande devozione a Dio e come a Dio così al maestro spirituale, a questo magnanimo soltanto risplendono le verità rivelate – a questo magnanimo soltanto risplendono. (Shvetashvatara-up. 22-23)

Qui appare in tutta evidenza la dimensione di segretezza dell’insegnamento. Questa segretezza segna a mio avviso una certa differenza fra il maestro dell’ideale brahmanico più classico e ortodosso, che insegna la Smriti, cioè la tradizione, e i maestri delle Upanishad o i maestri tantrici.

Entrambe le concezioni, comunque, privilegiano e valorizzano in maniera molto evidente la posizione del maestro, sia come depositario di una tradizione accreditata, sia come depositario di una dottrina che non si può ottenere col ragionamento. Il punto è degno di rilievo, e viene documentato da almeno due Upanishad. In entrambi i casi è sottolineata la necessità di avere un maestro per accedere a piani di conoscenza che non sono abitualmente trasmessi.

  • 1. C’era [una volta] Shvetaketu, discendente di Aruni. Il padre gli disse: “Shvetaketu, dedicati allo studio: infatti, o caro, non c’è nessuno nella nostra famiglia che, per non aver studiato, sia brahmano soltanto di nome” (Chandogya-up. VI, 1, 1)

Evidentemente, i sacerdoti che tali erano soltanto per nascita abbondavano già nell’India del 600 a.C.; questo genitore, al contrario, vuole che suo figlio non sia brahmano solo perché nato in una certa classe sociale, bensì per i meriti acquisiti con lo studio.

  • 2. Dunque a dodici anni quello si recò presso un maestro e a ventiquattro ne tornò, orgoglioso, fiero, ritenendosi dotto perché aveva studiato tutti i Veda.
  • 3. E il padre gli domandò: “Shvetaketu, poiché tu ora sei così orgoglioso, fiero e ritieni di essere dotto, certamente tu avrai chiesto quell’insegnamento per cui ciò che non si era appreso viene appreso, ciò che non si era pensato viene pensato, ciò che non si era conosciuto viene conosciuto” (Chandogya-up. VI, 1, 2-3).

È certo di grande interesse questa antichissima presa di posizione contro una conoscenza che non va oltre il dato formale, che non va oltre le nozioni che stanno lì, fuori di noi, oggettive, come se fossero cose che abbastanza facilmente si trasmettono, si versano per così dire, come se fossero dei liquidi, dei contenuti, nella testa o nella memoria di un altro. Al contrario, questo padre, evidentemente molto attento anche alle sorti spirituali del figlio, gli chiede se abbia chiesto quello che c’è oltre ciò che viene appreso, oltre ciò che viene pensato, oltre ciò che viene conosciuto. Il figlio ammutolisce e dice:

  • 4. “Come è mai, o venerabile, questo insegnamento? ” “O caro [risponde il padre], come da una zolla d’argilla si conosce tutto ciò che è fatto di argilla: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, l’argilla;
  • 5. o caro, come da una palla di rame si conosce tutto ciò che è fatto di rame: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, il rame;
  • 6. o caro, come da un temperino per unghie si conosce tutto ciò che è fatto di ferro: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, il ferro – così, o caro, è questo insegnamento” (Chandogya-up. VI, 1, 4-6).

In sostanza, il padre chiede al figlio se egli abbia domandato ai suoi maestri di quello che sta sotto alle apparenze, di quello che unifica la cose molteplici. Il figlio doveva essere davvero un bravo ragazzo, rispettoso e bene educato. Non dà la colpa ai propri guru per averlo tenuto nell’ignoranza delle conoscenze superiori, e dice:

  • 7. “Certamente i venerabili maestri non conoscevano questo; se lo avessero conosciuto, come non me l’avrebbero rivelato? Ma, o venerabile [dice al padre] continua a insegnarmelo tu”. “Va bene, o caro” rispose quello (Chandogya-up. VI, 1, 7).

E il padre inizia: “O caro, al principio questo [universo] era soltanto l’Essere (Sat), uno, senza secondo…” e via di questo passo (Chandogya-up. VI, 2, 4-6). Si tratta di una delle più antiche enunciazioni della dottrina del Brahman, quella stessa dottrina che tornerà poi nella Gita. Il punto è che per il mondo indiano non vi è permeabilità fra essere e non essere, non si passa dal non essere all’essere né viceversa: ciò che è, è da sempre ed è eterno, in particolare l’Atman, lo spirito, il Sé individuale.
Per quanto riguarda il nostro tema, è utile trattenere che il guru è colui che apre il pensiero del discepolo che gli si affida a ciò che non è trasmissibile semplicemente in maniera concettuale, in maniera oggettiva.


LA LEZIONE DI YAMA

La Katha Upanishad aggiunge ulteriori dimensioni e spessore al ruolo del maestro. Si tratta di una storia di estremo interesse, sebbene qui non sia possibile approfondirla troppo. In questo caso, il maestro è addirittura Yama, cioè la morte, o meglio il dio dei morti. È una storia piena di significati che, ovviamente, ognuno può interpretare a suo modo o, meglio, secondo la sua sensibilità.

Il protagonista è di nuovo un ragazzo, Naciketas. Suo padre era un uomo saggio, ma particolarmente irascibile. Nel desiderio che il sacrificio celebrato dal padre fosse ben fatto, Naciketas lo aveva interrotto per tre volte, con il risultato di farsi, letteralmente, “mandare al diavolo” (i grandi saggi dell’India erano particolarmente collerici e pericolosi, in certi casi!) Il padre gli dice: “Vai da Yama” e il povero ragazzo ci va, consolandosi al pensiero di non essere né il primo né l’ultimo a intraprendere il cammino.

Come è noto, la morte è personaggio molto occupato, sempre in giro per lavoro, e dunque Yama non può ricevere subito il ragazzo con gli onori che, in quanto brahmano, gli spettano. Ma il ragazzo aspetta pazientemente e Yama, in cambio della sua pazienza e della signorilità dimostrata, gli concede di esaudire tre desideri. I primi due, cioè il desiderio di tornare dal padre e di essere accolto benevolmente, e di ricevere l’insegnamento su un rito di particolare importanza, sono abbastanza facili da esaudire: notiamo solo che il nostro Naciketas è davvero un ragazzo ammodo, anche se pare che questo debba essere l’atteggiamento di tutti i bravi discepoli, oltre che dei figli.

Al momento di esprimere il terzo desiderio Yama lo mette alla prova: “Perché non chiedi denaro, prole, piaceri, belle donne, o di vincere alle corse dei cavalli?”. E il ragazzo gli risponde:

  • 27. Un uomo non può essere soddisfatto della ricchezza. Avremo forse la ricchezza, una volta che ti abbiamo veduto? Noi vivremo fintanto che tu lo vuoi. Questa soltanto è la grazia migliore per me.
  • 28. […]
  • 29. A noi rivela, o Morte, ciò su cui nasce il dubbio, ciò che succede nel grande passaggio. Questa grazia che penetra nel mistero, nessun’altra che questa sceglie Naciketas (Katha-up. 1, 27-29).

Dopo averlo molto lodato per aver chiesto questa verità, Yama commenta:

  • 7. “Molti non riescono neppure a udir parlare [del passaggio all’aldilà]; molti, pur udendone parlare, non sanno intenderlo; una rarità è un [maestro] capace che sappia spiegarlo e lo possieda; una rarità chi, istruito da un esperto, giunga a conoscerlo.
  • 8. Insegnata da un uomo mediocre, [questa dottrina] non è facile a comprendersi anche se viene ripetutamente meditata. [D’altra parte] se non è spiegata da altri, non è possibile accedervi: infatti è più sottile del più sottile mezzo di conoscenza, è cosa al di là del ragionamento” (Katha-up. 2, 7-8).

E qui si torna al punto: il guru è colui che porta al di là della conoscenza razionale, al di là del ragionamento; il che non significa il “tutto possibile” della fantasia, del caos della reazione istintiva.

  • 9. “Questa dottrina che tu hai ottenuto, o carissimo, non può essere ottenuta col ragionamento, ma insegnata da altri essa diventa facilmente comprensibile. Tu sei davvero saldo nella [ricerca della] verità: possiamo noi avere altri simili a te che ci rivolgano domande, o Naciketas!” (Katha-up. 2, 9).

Anche questa è una bella frase a proposito del guru, che si augura di avere qualcuno non che pende dalle sue labbra, ma che gli faccia delle domande, possibilmente delle domande impegnative.


LE TRADIZIONI (SAMPRADAYA)

Questi sono alcuni fra i testi fondanti sulla figura del guru, non tanto in senso formale quanto nel senso, che è quello che noi del resto quasi d’istinto gli attribuiamo, di maestro spirituale, di maestro interiore. Ciò diventa ancora più significativo in India dove, come tutti sapete, non esiste un’autorità ecclesiastica centrale, non esiste una gerarchia formale come è quella, per esempio, della Chiesa cattolica o di altre religioni: il guru diventa perciò il depositario di qualcosa che va oltre il ragionamento. Torneremo altrove su come abbia fatto il guru a conquistare tali conoscenze riguardo qualcosa che non si comprende, qualcosa che non sta nelle notizie, nelle nozioni.
Sebbene nell’induismo non esista una gerarchia ecclesiastica, esistono però dei sampradaya, che sono vincolanti per chi vi aderisce. Il modo peggiore per tradurre sampradaya potrebbe essere “setta” perché ha un significato appunto settario, separativo, che in genere non rientra in queste tradizioni, se non per quanto riguarda la segretezza dell’ammaestramento. Un termine che potrebbe risultare accettabile è “ordine”, ma il modo migliore per tradurre il concetto è con la parola “tradizione”.

Le tradizioni iniziano con un guru che, come è facile immaginare, è riconosciuto tale soltanto a posteriori per l’intensità, l’efficacia, l’umanità, l’elevatezza del suo insegnamento; se l’insegnamento prosegue ripreso da discepoli, via via nelle generazioni, si crea la tradizione, il sampradaya, che è retto da una successione di guru, guru-parampara, dove parampara significa “successione, lignaggio, discendenza”, sebbene “successione” risulti il termine più neutro.
Queste tradizioni sono rette da una successione di guru, successione che poi, a posteriori, è quasi sempre fatta risalire a un Dio: in altre parole, di solito nei testi si accredita la tradizione facendola iniziare da un Dio, di cui spesso il guru è ritenuto l’incarnazione.

Un esempio famoso è la tradizione fondata dal grande maestro del Vedanta, Shankara. A differenza di quanto avviene, per esempio, nel caso del Pontefice per il cattolicesimo, che è eletto da una assemblea di pari, in una parampara la successione avviene per nomina del predecessore. La cosa non è sempre facile, dato che il momento della successione è delicato e talora può dare luogo a scismi, cioè a suddivisioni, biforcazioni del sampradaya o talvolta, se si crea una eccessiva quantità di contrasti che non trovano soluzione, può persino portare alla fine di una tradizione.

Shankara, il grande filosofo del Vedanta non duale, verso la fine dell’VIII secolo elabora una sua teoria radicale dell’unità Atman-Brahman e dell’unicità del Brahman; allo stesso tempo, riforma anche, con un’opera capillare, la pratica del sannyasa indù, cioè della rinuncia, della pratica ascetica, monastica se preferite, e fonda cinque monasteri. Questi cinque monasteri (che nel corso del tempo diventeranno sette) danno vita a 52 sotto-unità, cenobi, sparsi un po’ in tutta l’India, che mantengono la tradizione, il sampradaya fondato da Shankara. Per averne un’idea, si pensi che ognuno di questi monasteri accoglie asceti di vari ordini, dieci in totale, mentre i monasteri sono sette, per cui gli appartenenti a questo sampradaya si chiamano anche dashanamin, “coloro che hanno dieci nomi”. Tutti questi monasteri sono ancora oggi molto attivi e in questa rete, che molto contribuisce a mantenere la spiritualità indù, si insegna sostanzialmente l’induismo brahmanico ortodosso.


TEORIA E/O PRATICA

Ma com’è, o come dovrebbe essere, la relazione fra guru e discepolo? In India, almeno in quella tradizionale, non vi era differenza fra teoria e pratica: non era possibile pensare in un modo e praticare in un altro, la conoscenza era fatta innanzitutto della testimonianza personale di ciò in cui si credeva. Una frase lapidaria di Nisargadatta, un grande guru (specie perché, di certo, non si è dato molto da fare per essere riconosciuto come tale) recita: “Puoi conoscere soltanto il falso, il vero devi esserlo tu stesso” (Nisargadatta 2001, p. 33). Si tratta di una frase splendida, che mostra come tutte le conoscenze intellettuali siano relative, e l’unica conoscenza che vale è quella testimoniata dalla propria vita. Questo è d’altra parte in piena sintonia con la metafisica del Samkhya, metafisica con cui gli studiosi e i praticanti di yoga sono certamente familiari: anche le facoltà più alte, quelle intellettive come pure quelle affettive, appartengono infatti alla natura e, in quanto tali, non contengono conoscenza e non sono foriere di conoscenza.
Il guru quindi è innanzitutto colui il quale si è identificato, o è prossimo a identificarsi, con la propria verità, cioè con l’Atman o con Dio (le due cose possono anche identificarsi, a seconda delle scuole) e di conseguenza ha un’esperienza diretta del percorso per raggiungere la meta e degli ostacoli che si incontrano.

La posizione di guru si acquisisce o, meglio ancora, si rende evidente per l’estrema aderenza a una via di conoscenza e a una meta spirituale. Questo mi sembra un punto fondamentale: se per esempio si è shivaiti, si tratterà di realizzare in se stessi l’unificazione con Shiva, se si è vedantini si tratterà di realizzare in se stessi il distacco, la disidentificazione di se stessi da tutti i veicoli di manifestazione (fisico-emotività-pensiero), per raggiungere invece l’identificazione con il Sé profondo. Il guru, in verità, è tale perché ha realizzato in se stesso questa adesione alla propria verità: “il vero devi esserlo tu stesso”. E conosce anche gli ostacoli che si incontrano lungo il percorso.

Il discepolo va a cercare un guru, perché sente che la sua condizione spirituale non è soddisfacente. Può andare in varie scuole, che sono molte, soprattutto ai nostri tempi, ma anche nell’antichità le scuole erano numerose e si confrontavano di continuo. Si procura, come si dice tecnicamente, il darshana, cioè l’incontro, la visione del guru, magari mette a confronto maestri che seguono vie diverse, finché non trova quello che corrisponde alle sue aspettative spirituali. Se chiede di essere ammesso in quella tradizione, in quel sampradaya, dopo vari colloqui (per non dire esami), riceve l’iniziazione, la diksha, che rappresenta l’evento centrale dell’evoluzione spirituale all’interno della concezione hindu. La diksha consiste essenzialmente, per il discepolo, nel ricevere da parte del guru il proprio mantra. Una frase, anche in questo caso lapidaria, di Abhinavagupta ci spiega in che cosa consiste l’inziazione: “La diksha è il dare un mantra da parte del guru”1.

Il mantra è segreto, e compito del discepolo è di identificarsi e di realizzare i contenuti spirituali impliciti nel mantra. A proposito di questa trasmissione, vi è una frase molto bella, sempre di Abhinavagupta:

  • Come una lampada si accende alla fiamma di un’altra [lampada], così la sakti [la potenza] divina, che consiste nel mantra, viene comunicata dal corpo del guru a quello del discepolo. Senza la diksa [cioè senza l’iniziazione, senza la trasmissione rituale], il japa o il mantra, la puja e gli altri rituali sono del tutto inutili.2

Questo è un punto di grande interesse, non formale ma sostanziale, dove viene messo in luce come senza questo legame personale, senza questo legame che è (volendo essere precisi) al tempo stesso personale e sovrapersonale e richiama a una unità spirituale più profonda, i gesti rituali e i mantra stessi, che potrebbero essere anche ben noti prima dell’iniziazione, non hanno alcun valore. Se non c’è un vincolo – si finisce con il ritornare sempre alla distinzione fra “sapere le cose” ed “essere” – senza questo vincolo, senza questo inizio altamente significativo, profondo, coinvolgente, tutte le nozioni che noi possiamo avere a proposito di mantrajapapuja, ecc., non hanno alcun senso. Detto altrimenti: hanno un senso meramente concettuale, ma non sono efficaci, non agiscono.


L’ESEMPIO DI NISARGADATTA

È necessario non essere troppo teorici o astratti. Proprio per questo vale la pena di riportare la testimonianza di Nisargadatta riguardo al proprio rapporto con il suo maestro. Nisargadatta è stato un grande guru della metà dell’Ottocento. Era un uomo semplicissimo, semianalfabeta, che ha trascorso la propria vita in un orribile falansterio di Bombay guadagnandosi il pane arrotolando i bidi, le sigarettine tanto diffuse in India. Di se medesimo, Nisargadatta parla poco ma, quando ne parla, si esprime così:

  • “Il mio destino è stato quello di essere un uomo semplice e comune, un umile commerciante poco istruito. La mia vita è stata ordinaria, come i desideri e le paure che ho provato. Quando ho realizzato il mio vero essere, grazie alla fede nel maestro e all’obbedienza alle sue parole, ho abbandonato la mia natura umana, lasciando che badasse a se stessa fino all’esaurimento del suo destino” (Nisargadatta, 2001, p. 29).

Nisargadatta indubbiamente è stato quello che si chiama un realizzato, al pari per esempio di Ramana Maharishi: ha realizzato in vita l’identificazione di se stesso con la sua verità profonda, il Brahman in questo caso, che dice di avere raggiunto grazie alla fede nel maestro e all’obbedienza alle sue parole. Al proposito è possibile introdurre una piccola riflessione. In Occidente è opinione comune ritenere che fare voto di qualcosa, di qualunque cosa si tratti (castità, povertà, silenzio) sia una deminutio; il voto, così come anche il sacrificio, è gravato da questa idea di “diminuzione”, di “perdita”. Secondo me, si tratta di un equivoco: i voti non sono una castrazione, al contrario, sono un’arma potentissima, a patto di seguirli. Lo dico perché proprio Nisargadatta più volte insiste sul fatto che il voto proferito, l’impegno preso con il maestro è un’arma formidabile, che sgombra la mente e il cuore da tanti falsi problemi.

Una volta che la sua fama di maestro realizzato si era diffusa, molta gente desiderava incontrarlo, e Nisargadatta riceveva gratuitamente. Alcuni episodi biografici sono interessanti. Per esempio, un bel giorno pensò di abbandonare tutto, con l’intenzione di fare il sannyasin. Iniziò a incamminarsi verso l’Himalaya ma poi, con un ripensamento, tornò indietro; riprese moglie e figli, famiglia e arrotolamento delle sigarette. Tanto, la verità della sua esperienza, la sua verità, non stava né sull’Himalaya né in nessun altro posto, stava dove lui era. Ha quindi lasciato che la pratica della sua vita scorresse come prima. Quando qualcuno gli chiedeva: “Che cosa ti ha reso così distaccato?” (si tratta sempre di dialoghi trascritti perché Nisargadatta non sapeva scrivere), rispondeva:

  • “Niente in particolare. Ho avuto fede nel mio guru. Mi ha detto che non sono altro che me stesso e gli ho creduto. Avendogli dato fiducia, mi sono comportato di conseguenza e ho smesso di occuparmi di ciò che non era né me stesso né mio” (Nisargadatta 2001, p. 9).

Ha smesso cioè di occuparsi di quel gran pasticcio quotidiano di fisicità, di emozioni, di pulsioni, di pensieri, insomma di quel groviglio che rappresenta il 95% della nostra esistenza (quantomeno, della mia!).

Ma la cosa non finisce qui. Che cosa succede se e quando ci si riesce a incamminare sulla via di una fedeltà al guru di questo genere, di questa potenza? I testi evidenziano tre livelli.
Il primo livello traspare dal senso immediato delle parole di Nisargadatta: devozione assoluta al guru, devozione assoluta. Il guru è Dio che parla e che cammina, l’acqua che bagna i suoi piedi è il tirtha più sacro che esista. Il guru insegna comunque, che parli, che taccia (come molti, magari non la maggior parte), che compia un gesto, questo è insegnamento, tutto nella sua manifestazione è insegnamento (Rigopoulos 2005, p. 214). Al riguardo, riporto alcune strofe tratte da un testo abbastanza famoso, appartenente a un sampradaya del Maharashtra relativamente recente e chiamato Guru Gita, la “Gita del Maestro”, dove sono messe bene in luce, in forma poetica, le tappe del rapporto col guru.

  • 18. Costantemente si rammemori la forma divina del Maestro
    [e] sempre si mormori il nome del Maestro (o anche: dato dal Maestro)!
    [Sempre] si esegua il comando del Maestro
    [e] non si pensi a null’altro che al Maestro!
  • 34. [L’occhio] di chi era accecato dalla cataratta della nescienza,
    col bastoncino intriso nel collirio della conoscenza è aperto grazie a Lui [il guru]:
    a Questo Maestro Venerando prosternazione adorante (Rigopoulos 2005, p. 220).

Questo è il primo livello di devozione, obbedienza assoluta, che impregna la figura, i gesti e le parole del maestro di una reverenza che contribuisce a renderli sempre e fortemente significativi.

Ma c’è un’altra tappa. Se si avanza in questa direzione, si interiorizza l’insegnamento del maestro e si scopre allora, secondo la Guru Gita, che il maestro in realtà non è fuori, non è quella figura visibile (quella è servita soltanto da stimolo, da catalizzatore, da esempio), ma è dentro di sé; altro non è, almeno in queste tradizioni che in generale mettono capo al Vedanta, che il Sé profondo, l’Atman.

  • 9. Il Maestro altro non è che il Sé consapevole.
    tale la verità, tale la verità, non v’è dubbio!
    Invero, al fine dell’attingimento di Questo [il tat del famoso tat tvam asi, il “ciò tu sei” delle Upanishad], uno sforzo andrebbe certamente compiuto da parte delle persone sagge (Rigopoulos 2005, p. 221).

Il terzo passaggio consiste nel realizzare che il Maestro è ovunque. La successione logica è questa: siccome l’Atman si identifica col Brahman, che a sua volta è tutto3, se avviene il passaggio dell’interiorizzazione del maestro nel Sé interiore, la conseguenza paradossale, ma non per questo meno genuina, è che il maestro è dappertutto e tutto è maestro per chi vuole guardare, ascoltare, sentire l’universo in questo senso.
La Guru Gita afferma:

  • 71. [L’intero universo], ciò che è mobile e ciò ch’è immobile,
    così come gli esseri animati e inanimati,
    da Lui è pervaso:
    a Questo Maestro Venerando prosternazione adorante!
  • 111. A Colui [il Maestro] che ogni cosa in sé racchiude,
    dal dio Brahma al filo d’erba,
    la cui Forma propria è il Sé Supremo,
    a Colui del quale l’universo intero, mobile e immobile, è fatto,
    mi prosterno io! (Rigopoulos 2005, p. 222).

Qui si apre un capitolo straordinario sulla dinamica, che non si chiude mai, fra maestro esteriore, maestro interiore e rapporto con il mondo intero, gli esseri umani, la natura, gli animali, tutto come possibile maestro.


LE PAROLE DI UN GURU

Concludo con una riflessione, secondo me molto importante, che serve più come metro che ciascuno può applicare nel proprio rapporto con se stesso che come orientamento pratico. La traggo da un libro recente in cui sono riportate le poche frasi obiettive frutto dell’insegnamento di Ramana Maharshi (Zimmer 2007, p. 157) un altro guru che è diventato tale per realizzazione, ancora in età giovanile. Ramana tutto voleva meno che essere cercato; aveva fatto voto di silenzio, ha parlato pochissimo e in generale ha dato risposte brevi su fogli di carta. Ulteriori commenti sono inutili.

  • Il discepolo: Da quali segni si riconoscono l’insegnante e il guru?
  • Ramana Maharshi: Un guru dimora tutto il tempo nelle più nascoste profondità del Sé, non fa mai differenza fra sé e gli altri, non è mai preda dei pensieri erronei che pongono questa differenza, per esempio il pensiero erroneo che lui stesso è uno jnanin, uno in possesso della conoscenza che illumina [jnana], che ha realizzato in se stesso la verità ed è un liberato [mukta] mentre gli altri spasimano incatenati intorno a lui avvolti dalle fitte tenebre di una perduta ignoranza. Ecco il maestro non è mai preda di pensieri come questo, sarcastici, di orgogliosa superiorità. “Incrollabile nella stabilità e nel dominio di sé, nulla che gli capita può recargli turbamento.”
  • Il discepolo: Quali attitudini deve possedere il discepolo ?
  • Ramana Maharshi: Deve desiderare appassionatamente e incessantemente di liberarsi dalle pene dell’esistenza, certo non sfuggendo la vita, ma trascendendo mente e pensiero e sperimentando in se stesso la realtà spirituale dell’eterno che si trova al di là di nascita e morte; egli deve desiderare ardentemente la suprema beatitudine spirituale e non avere nessun altro desiderio che questo, non sfuggendo la vita.


NOTE

1. Citato in Bharati (1977), p. 161.

2. Citato in Bharati (1977), p. 162.

3. In chiave tantrica, Shiva è tutto, anche quello che sembra l’opposto, cioè Shiva è pura coscienza ma è anche il suo opposto, cioè l’oscurità, l’opacità, la materia, tutto quello che pare antitetico allo spirito.


BIBLIOGRAFIA

A. Bharati, La tradizione tantrica, Ubaldini, Roma, 1977.

C. Della Casa (a cura di), Upanishad vediche, TEA, Milano, 1988.

A. Rigopoulos, “The Guru-gita or ‘Song of the Master’”, in A. Rigopoulos (a cura di), Guru, “Indoasiatica” 2/2004, VAIS, Venezia, 2004, pp. 169-226.

A. Rigopoulos, Hinduismo, Editrice Queriniana, Brescia, 2005.

Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello. Conversazioni col maestro, Ubaldini, Roma, 2001.

H. Zimmer, La via del Sé. Edizioni Laterza, Roma-Bari, 2007.

(1) Commento

  1. Ciao, questo è un commento.
    Per iniziare a moderare, modificare ed eliminare commenti, visita la schermata commenti nella bacheca.
    Gli avatar di chi lascia un commento sono forniti da Gravatar.

Lascia un commento